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Vade retro catastrofista.

15 Mag 2012

- A volte capita di venir coinvolti nel tragicomico confronto tra ottimisti e pessimisti. Questo escamotage dialettico è proporzionale all’incapacità di indicare concrete alternative. Ritengo un pessimista colui che ha dovuto frequentare troppi ottimisti molti dei quali hanno usato la pubblica amministrazione come trampolino di lancio per altre e diverse carriere.

Molte volte ho raccontato la pubblica amministrazione come una sorta di diligenza costretta ad attraversare un territorio sconosciuto, insidiata da qualcosologi di ogni genere e da venditori di progetti sempre più futuribili. Ieri le città digitali, oggi le smart cities, domani si vedrà.

Ma il cambiamento non può ridursi al sogno di un futuro sempre più lontano, per realizzarlo davvero occorre dare risposte precise alle domande dell’oggi.

Il problema vero è e rimane quello di una reale riorganizzazione che soddisfi i bisogni dei cittadini, realizzi amministrazioni efficaci e favorisca un dialogo alla pari.

Se non verranno ripensati e riorganizzati uffici e servizi pubblici, temo ci troveremo nella solita strada senza uscita. Ovviamente la mia posizione non significa difendere o rinchiudersi nelle anacronistiche logiche gerarchiche e burocratiche degli anni cinquanta, né tantomeno praticare un qualunquismo inevitabilmente destinato a sfociare nel populismo.

Ma la pubblica amministrazione non riuscirà mai ad essere equa, come pretende la Costituzione italiana, sino a che amministratori, dirigenti e consulenti, saranno impegnati a fare cose diverse dal passato senza però avere un progetto coerente e spinti, troppo spesso, dalla semplice ricerca di effetti speciali da utilizzare nella prossima campagna elettorale.

Difficile anche ritenere che la pubblica amministrazione sia incapace di ottenere risultati poiché, nel grande cimitero delle promesse non mantenute, giacciono centinaia di iniziative avviate con grande clamore e poi abbandonate a se stesse.

Che fine hanno fatto le città digitali, i centri per l’ascolto del cittadino, gli sportelli polifunzionali, la firma digitale e i mille altri progetti che hanno bruciato, negli anni passati, competenze, entusiasmi e miliardi?

Mi rifiuto anche di credere che tra gli oltre quattro milioni di dipendenti pubblici non si trovino intelligenze e capacità per avviare una decisiva riforma di un sistema burocratico da cui attualmente, almeno nei dibattiti, tutti prendono le distanze.

La stagione degli innovatori è davvero finita?

Mi auguro di no, anche se mi sembra che alle competenze e alla formazione professionale, si siano preferite le consulenze, trasformando, contemporaneamente, i premi di produzione e gli incentivi in altrettanti compensi pressoché identici per tutti e mortificando le risorse interne.

Accettando così il principio che il sistema pubblico dovesse essere posto a traino dell’imprenditoria privata.

Sarà per questo che molti consulenti guardano altrove. Altrove è sempre meglio. Altrove c’è sempre un piccolo villaggio di pescatori islandesi, c’è sempre una biblioteca o un servizio di un piccolo comune dove si applicano le meraviglie della tecnologia senza ma e senza se.

E per tutti gli altri cittadini e dipendenti pubblici, sottoposti a leggi già vecchie prima ancora di essere promulgate e a regole farraginose dove tutto è richiesto tranne capacità e competenze?

Le prefiche in servizio permanente effettivo hanno pianto Steve Jobs, ma nessuno ha detto che con le nostre normative non ci sarebbe stato un futuro né per lui, né per quel gruppo di giovani che hanno inventato Google. La verità è che ragionare per categorie non paga più, anzi rischia di diventare la scorciatoia verso la banalizzazione.

Ieri come oggi, come sempre, non si cambia a parole e a regolamenti ma solo con i fatti.

Per questo sono necessari amministratori competenti, dirigenze preparate, consulenti all’altezza delle attuali sfide. Spetterà a questi mettere in movimento il sempre più affaticato carro pubblico.

Altrimenti accusare di catastrofismo chi s’impegna per modificare la realtà delle cose finirà per essere l’unico modo rimasto per continuare a sognare organizzazioni e professionalità che sono poi le vie maestre di ogni vero cambiamento.

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