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Malattia e inidoneità.

29 Feb 2012

- Con una interessante e recente sentenza la Cassazione torna a pronunciarsi sulla rilevante differenza che intercorre tra malattia del lavoratore e la sua inidoneità al lavoro con riferimento, in particolare, alla possibilità per il datore di lavoro di esercitare il diritto di recesso durante il periodo di conservazione del posto (comporto).

La Suprema Corte, chiamata ad intervenire nella controversia relativa all’impugnazione del licenziamento intimato al lavoratore per impossibilità ad utilizzare la prestazione lavorativa a causa delle frequenti assenze per malattia, ha confermato la sentenza della Corte d’Appello che, riformando la sentenza di primo grado, aveva accolto il ricorso del lavoratore dichiarando l’illegittimità del recesso datoriale. Segnatamente, la società soccombente nel promuovere il giudizio di legittimità premetteva di aver proceduto al licenziamento del dipendente ai sensi dell’art. 1464 c.c. - stante la mancanza di un apprezzabile interesse aziendale a ricevere una prestazione lavorativa discontinua - e domandava che il licenziamento fosse valutato alla luce dei principi di cui all’art. 3 della L. 604/66, sostenendo che le reiterate assenze per malattia avessero integrato uno “scarso rendimento” (inteso come inidoneità oggettiva alle mansioni) tale da rendere la prestazione lavorativa inservibile a prescindere dalla responsabilità del lavoratore.

Ebbene i Giudici aditi nel rigettare il ricorso hanno, anzitutto, ribadito come nelle ipotesi di assenze determinate dalla malattia del lavoratore debba trovare applicazione l’art. 2110 cod. civ. che, in quanto norma speciale, prevale sia sulla disciplina dei licenziamenti individuali (di cui alle leggi n. 604 del 1966, n. 300 del 1970 e n. 108 del 1990) che su quella degli articoli 1256 e 1464 cod. civ., evidenziando poi che in mancanza di superamento del periodo di conservazione del posto il datore di lavoro non può porre fine unilateralmente al rapporto di lavoro. Viceversa, il superamento del comporto è di per sé condizione di legittimità del recesso che non necessita della prova né della sussistenza del giustificato motivo oggettivo né della sopravvenuta impossibilità della prestazione lavorativa.

La Suprema Corte ha quindi precisato che dalla malattia del lavoratore deve distinguersi la sua inidoneità al lavoro, in quanto, pure essendo entrambe cause di impossibilità della prestazione lavorativa, esse hanno natura e disciplina diversa. Invero la malattia, che ha carattere temporaneo ed implica la totale impossibilità della prestazione, determina, ai sensi dell'art. 2110 cod. civ., la legittimità del licenziamento quando ha causato l'astensione dal lavoro per un tempo superiore al periodo di comporto; diversamente l’inidoneità, che ha carattere permanente o, quanto meno, una durata indeterminata o indeterminabile, e non implica necessariamente l'impossibilità totale della prestazione, consente la risoluzione del contratto, ai sensi degli artt. 1256 e 1463 cod. civ., eventualmente previo accertamento di essa con la procedura stabilita dall’art. 5 dello Statuto dei Lavoratori ed indipendentemente dal superamento del periodo di comporto (Cass. civ., n. 1404 del 31.1.2012).

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